• Antefatti

    “Te’ ccà”, “tieni qua”.

    Il calabrese – il mio calabrese – è un dialetto spiccio.

    Le aspirate, le vocali raddoppiate, gli ndi ndu nda, le troncature: è una parlata che dà ordini, che ti dice cosa fare e di farlo in fretta. Una lingua che (bisogna ammetterlo) suona un po’ cafona anche in bocca ai personaggi più signorili.

    Ma è anche una lingua onesta, schietta, non neutra, che se ti parla parla proprio a te, ti mette al centro, ti dice le cose come stanno. Non è una lingua gattamorta, non ti gira intorno: se ti prende in giro te ne accorgi. È una parlata che ti abbraccia: un po’ troppo forte, sì, ma ti abbraccia di cuore.

    “Te’ ccà” è un ordine altruista. È quello che si risponde quando vuoi fare un regalo, e chi lo riceve si schernisce dietro a un “non ce n’era bisogno”. È quello che ti dice quella vecchia zia quando in fretta e furia mette insieme una busta di pomodori e fagiolini dall’orto, prima che tu te ne scappi. Quando un nonno dà a suo nipote un frutto maturo appena colto dall’albero. Quando allunghi a un amico una frittura calda calda.

    “Te’ ccà” è il mio modo di provare a raccontare la Calabria, attraverso il cibo e chi lo fa. Le storie e le ricette, le tradizioni e le contraddizioni. Con lentezza e senza ansia. Quando mi va e come mi va, ma con un posto suo, dove raccogliere tutto.

    Il nome è un omaggio alla mia terra. Lo strofinaccio nel logo è un omaggio a mio padre. Ma anche un invito a sedervi, che intanto vi preparo due cose.